Borat, il re del trash d’autore

ConSequenze

[img_assist|nid=4627|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan non è un documentario a sfondo sociale usato per  finalità politiche da un Paese dell’ex blocco comunista sovietico, ma un mockumentary, un finto documentario, che racconta le gesta di un fantasioso giornalista kazako (interpretato dall’attore Sacha Baron Cohen) spedito negli USA dal governo per carpire i segreti della grande democrazia americana e regalarli alla sua nazione.

Il film, uscito nelle sale americane nell’autunno 2006 con un successo dovuto in gran parte alle stravaganze promozionali del protagonista, ha come centro focale questo personaggio stralunato, ignorante, folle e scorrettissimo, creato e affinato dal suo creatore in molti programmi precedenti, andati in onda sulle reti televisive anglosassoni più importanti (CBS, HBO, FOX, BBC,…).

Girato a basso costo dal regista Larry Charles, propone uno stile volutamente povero, perfettamente attinente all’assunto e ai propositi che si prefigge di ottenere. Cattivo, cattivissimo, volgare (a tratti schifosissimo e difficilmente sostenibile anche per gli stomaci più navigati nel trash) è un divertimento che non può lasciare indifferenti. O lo si ama o lo si odia: si dice spesso così degli autori più estremi e impegnati e mi sento di poter applicare questo concetto anche a Cohen. Sì, perché non ci possono essere vie di mezzo nell’apprezzare o meno un personaggio così demenziale e il prodotto che ne è uscito. Qualcuno potrà obiettare sul termine autore: ma che lo si voglia o meno Cohen lo è, ha portato sullo schermo una sua idea originale, una realizzazione nata dalla sua creatività, ci ha messo la faccia e ci ha creduto fino in fondo. E non possiamo neanche accusarlo della non validità della sua idea: la risonanza mediatica che ne è[img_assist|nid=4629|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=427] scaturita, i dibattiti sulla necessità o meno di un tale prodotto ne confermano l’importanza come miccia, materia altamente infiammabile, serbatoio per numerosi spunti di riflessione.

Oltre all’ottima caratterizzazione del protagonista (per il quale Cohen ha vinto il recente Golden Globe), è importante e molto significativo il risultato a cui questo prodotto giunge. Nel suo utilizzo della telecamera nascosta, stile candid camera, si insinua tra le pieghe di una macchina apparentemente ben oliata (gli States) che però mostra, dall’interno, moltissime crepe di ordine sociale, morale, culturale e intellettivo. Borat, insomma, più che mettere in luce la sua stupidità (palese, in evidenza ad ogni fotogramma), risalta la stupidità ammantata d’intelligenza, il perbenismo, l’ipocrisia, l’adagiamento sociale e culturale, le contraddizioni -e chi più ne ha più ne metta- dell’uomo (non solo americano, intendiamoci!) moderno. Che lo vogliamo o meno, Borat alla fine esalta i nostri difetti, le nostre piccolezze più misere che, mentre in lui sono evidenti e per questo anche più affrontabili, o evitabili, in noi si fanno segreti nascosti nei lati oscuri del nostro essere, della nostra personalità, quindi più pericolosi.

[img_assist|nid=4630|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=454]Ridiamo della follia indottrinata dei Pentecostali, della rigidità femminista, e ci disgustiamo delle battutacce di Borat su quello che lo circonda (famiglia su tutto), ma in realtà ridiamo e ci ripugniamo del mondo che ci circonda e ci schifiamo di quello che anche noi, a volte, siamo e non ammetteremo mai di essere (sguaiati, inadeguati, ignoranti,…). Un film divertente, esagerato, solo fintamente stupido, sicuramente disgustoso e mai raffinato, ma con una forza viscerale incontenibile. Una pellicola utile e, se capita, importante, mille volte meglio dei cinepanettoni che ci divertono tanto, ogni anno, sotto le festività natalizie (questo non è vero cattivo gusto?). Ma fatemi il piacere.